JASMIN PREZIOSO
JASMIN PREZIOSO, O DI COME RIPENSARE LO SPAZIO DELLA LUCE
Kevin McManus
«Chi sceglie un buon titolo è a metà dell’opera», recitava un vecchio manuale per la stesura della tesi di laurea. E mi sembra questo il caso: Volare oltre la luce ci introduce nel cuore del lavoro di Jasmin Prezioso, e in particolare della selezione di opere presentate negli spazi di Villa Leonesio. Quattro tele verticali (Caccia alla luce, Volare oltre ultravioletto e Navigare lo foschia, oltre a La bellezza dell’ombra, che chiude la mostra), ricoperte di uno strato di colore compatto ma al tempo stesso complicato da articolazioni di materia, sono colpite in punti precisi da una luce “abbagliante”, non nel senso letterale del termine – quello che indica uno shock luminoso della retina – ma in un senso più suggestivo: la presenza di questa luce, che si estende su una parte limitata del quadro, in un gioco di riverberi locali, fa sì che la percezione della totalità della superficie sia alterata, proprio come avviene con il fenomeno ottico dell’abbagliamento, durante il quale la luce si presenta come punto/punta che buca lo sguardo, impedendo per qualche istante la visione complessiva della scena abbracciata dal campo visivo. Questa luce, quindi, non è più quella interna alla rappresentazione pittorica, non appartiene cioè a un mondo fittizio mostrato come scena su una tela che funge da schermo. Ma non è neanche la luce letterale che si riflette su una superficie lucida, su una tela che funga esclusivamente da oggetto bidimensionale (l’uso di colori perlopiù opachi, di sabbia, nonché di stucco per il bianco del punto luminoso è finalizzato proprio a scongiurare questo effetto). È piuttosto una luce rappresentata, dipinta, ma che nella logica del quadro starebbe fuori campo, nell’ambiente in cui l’opera è idealmente allestita. Come la scultura di fine Ottocento aveva accolto dentro di sé, nell’opera, l’atmosfera del mondo circostante, così questi quadri includono nel proprio spazio poetico la luce, ipotetica e mai specifica, di un “fuori”. In un’artista dalle basi filosofiche sofisticate come Jasmin Prezioso, questa scelta implica due sottili riflessioni: la prima, per certi versi storica, si colloca a valle dell’evoluzione della pittura. Se, cioè, la pittura tradizionale si occupava di un mondo simbolico illusorio, interno alla cornice ma idealmente collocato in un altrove, mentre molta pittura contemporanea ha rinunciato alla finzione, concentrandosi in modo “puro” sui propri mezzi, materiali e linguaggi, ora si può ipotizzare una pittura che recuperi l’illusione, rivolgendola però al mondo fisico fuori di essa. La seconda, corollario della prima, è che in questo modo la pittura assume sempre un carattere relazionale, chiama esplicitamente lo sguardo del fruitore e lo mette in relazione con l’ambiente che accoglie entrambi. Un’arte insomma, che ci parla del guardare, con una semplicità di mezzi disarmante, una sorta di virtuosismo minimale.
La natura relazionale dell’opera chiama in causa un altro punto fermo nella ricerca di Jasmin Prezioso: il gioco. Gioco da intendersi come cosa seria, sia chiaro, come campo delimitato di un rituale che implica sempre un rapporto (persino il gioco solitario costringe il giocatore a confrontarsi con un avversario o un giudice di gara immaginario). È in fin dei conti un gioco l’operazione di disvelamento della luce fittizia di questi quadri, come dei trittici Piccole nature e Piccoli infiniti. È un gioco combinatorio la presenza di segni, buchi e tagli in 1111, Nous, Moto di un pendolo infinito in perpetuo movimento e Prima finestra sul mondo, interventi minimi che sembrano affettuosi omaggi a Lucio Fontana; dove tuttavia il mostro sacro è scomodato solo marginalmente, perché anche qui si tratta soprattutto di luce, in questo caso una luce messa in relazione con il profilo dei tagli e la loro incidenza sul gradiente luminoso della superficie. C’è però una ragione nell’omaggio: la nostra artista, per così dire, ci vuol parlare della luce come Fontana ci parlava di spazio, non più cioè come fenomeno relativo, visibile attraverso la visibilità di ciò che illumina, ma come cosa in sé, come pura apparizione poetica. Le due Stelle cadute, in questo senso, apparentemente grandi giocattoli-lanterna, sono altrettanti “concetti luminosi”. E Primi passi sulla superficie lunare per tornare ad essere bambini, in cui la lucentezza della sabbia richiama forse il riflesso della luce delle stelle sul suolo della Luna, riporta a una dimensione del giocare come momento di scoperta e di manifestazione di alcuni fenomeni fondamentali, dei misteri che ci radicano all’esperienza del mondo. Non a caso la sabbia ricorre spesso tra i materiali utilizzati dall’artista: sabbia come elemento malleabile, squisitamente tattile e tuttavia portatore di una memoria che risale all’origine dei tempi: insieme gioco per bambini e metafora della Storia. E non a caso i titoli di tutti i lavori richiamano ad un’azione-missione di tipo ludico, ma al contempo esageratamente profonda, o chiaramente irrealizzabile. Come volare oltre la luce per capire di cosa è fatto il mondo.
Jasmin Prezioso (1998) vive e studia tra la provincia di Monza e Milano. Frequenta il liceo artistico Nanni Valentini di Monza diplomandosi in Scenografia, per poi laurearsi in Scienze dei Beni Culturali presso l’Università La Statale di Milano con la tesi Estetica degli spazi espositivi: luce, colore, vuoto ed iscriversi alla facoltà magistrale di Storia e Critica dell’arte, presso la stessa. Nel 2022 vince il Premio Speciale per la stesura di un testo critico su Cesare Peverelli. Nel 2024 collabora come ricercatrice in Fondazione Corrente per l’istituzione del museo Quarto Platano (Forte
dei Marmi). Attualmente scrive su Exibart ed è nella redazione di Materiali di Estetica. È stata selezionata per il Premio Arti visive San Fedele 2024/2025. Tra le esposizioni e residenze
più recenti: IPERSPAZIO, Il futuro è una schiuma cosmica, Un quarto di cuore: la pittura, residenza presso il Teatro Binario7 con l’azione Mantra del blu, residenza presso Studio Frem (Melegnano).